Sikhismo

«La verità è sublime, ma ancora più sublime è vivere secondo la verità».

Sri Guru Granth Sahib – Ang 62

Che cos'è il sikhismo?

Il Sikhismo è un percorso spirituale universale (per tutta l’umanità) e monoteista fondato da Guru Nanak nel XV secolo nell’odierna India, in cui si proclama l’uguaglianza di tutti gli esseri umani e si sostiene una vita etica, onesta e al servizio degli altri, promuovendo una vita attiva nella società e rifiutando l’ascetismo e il ritualismo vuoto. Il Sikhismo è uno dei percorsi spirituali con il maggior numero di fedeli al mondo, occupando il quinto posto a livello globale nella classifica delle religioni.

Il termine «sikh» deriva dalla parola in punjabi «sikh» (la stessa parola è usata anche in inglese), che significa semplicemente «allievo»; infatti, nel sikhismo si sottolinea l’umiltà e l’atteggiamento costante di continuare ad apprendere, crescere e perfezionarsi spiritualmente.

Tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla nazionalità, dalla razza, dal genere, dalla classe sociale o dal fatto di essere nati in qualsiasi altra religione, possono essere sikh; infatti, la definizione formale e ortodossa di chi sia un sikh è la seguente:

«Qualsiasi essere umano che creda fedelmente in:

– Un unico Essere Immortale.

– I 10 Guru, da Guru Nanak a Guru Gobind Singh.

– Il Guru Granth Sahib.

– Gli insegnamenti e le dichiarazioni dei 10 Guru.

– L’iniziazione istituita dal Decimo Guru.

e che non debba fedeltà ad alcuna altra religione, è sikh».

(Sikh Rehat Maryada)

Cosa sostiene il sikhismo

Alcune delle massime del sikhismo sarebbero:

Un unico Dio, creatore e sovrano supremo dell’Universo (non ha alcun antagonista), privo di odio o inimicizia verso chiunque. Dio non ha forma né genere (non è né maschile né femminile) ed è presente in tutto il creato, ma allo stesso tempo lo trascende (è anche al di là del creato). Non discende nemmeno per incarnarsi nel mondo, è sempre e per sempre non nato e immortale.

Esistono diversi percorsi spirituali validi verso Dio, non ce n’è uno solo. Si rifiuta l’idea che la salvezza e la benedizione di Dio possano essere ottenute esclusivamente attraverso una religione o un percorso spirituale specifico.

Uguaglianza tra tutti gli esseri umani: nessuno è superiore, nessuno è inferiore. Rifiuto categorico del sistema delle caste.

Dottrina della reincarnazione. L’anima non ha genere (non è né maschile né femminile) né è limitata a un’unica forma corporea permanente, e continua a reincarnarsi nel ciclo delle nascite e delle morti finché è dominata dall’ego e dall’attaccamento. Questo ciclo prosegue finché non si riesce a dissolvere l’ego e a raggiungere la piena connessione con Dio.

La liberazione non dipende da rituali esterni né dall’appartenenza a una religione specifica, ma dalla trasformazione interiore attraverso il ricordo di Dio, il vivere una vita retta e l’ottenere la Sua grazia, poiché la realizzazione ultima non è solo frutto dello sforzo umano. La verità deve essere vissuta, non basta proclamarla.

Rifiuto della pratica dell’adorazione delle immagini o dell’idolatria, dell’ascetismo, dei ritualismi vuoti e delle superstizioni.

PRINCIPI FONDAMENTALI DELLA VITA SIKH

I Tre Pilastri del Sikhismo

Il sikhismo insegna a condurre una vita coerente con la propria dottrina, poiché se i principi fondamentali della vita sikh non vengono messi in pratica, la mera conoscenza spirituale non conduce alla liberazione. Il sikhismo rifiuta l’ascetismo e l’isolamento dalla vita pubblica o dal mondo, e promuove una vita attiva e impegnata nella società, valorizzando l’onestà, la compassione e il servizio disinteressato verso il prossimo. I Tre Pilastri del sikhismo furono stabiliti da Guru Nanak e sono i seguenti:

Ricordare il Nome di Dio (Naam Japna)

Naam Japna significa ricordare il Nome di Dio e mantenere la mente rivolta a Lui. Nel sikhismo, questa pratica occupa un posto centrale nella vita spirituale, poiché ricorda costantemente all’essere umano che Dio è presente in ogni momento e in ogni luogo. Non si tratta solo di ripetere parole o compiere atti devozionali, ma di coltivare una consapevolezza costante della presenza divina.

Questo ricordo del Nome deve accompagnare tutta la vita del sikh. Mentre lavora, convive con la propria famiglia o partecipa alla vita sociale, il sikh cerca di mantenere la propria mente connessa a Dio. In questo modo, la spiritualità non si separa dalla vita quotidiana, ma orienta i pensieri, le parole e le azioni.

Naam Japna viene praticato in diversi modi. Uno di questi è il Naam simran, che consiste nella ripetizione meditativa del Nome di Dio (come ad esempio «Waheguru»), sia in silenzio, sia a voce bassa o alta, per mantenere la mente concentrata su di Lui. Il Naam Japna viene praticato anche attraverso la recitazione e il canto degli inni del Guru Granth Sahib, di altri canti devozionali e mediante la preghiera personale.

Guadagnarsi da vivere onestamente (Kirat Karni)

Kirat Karni significa guadagnarsi da vivere in modo onesto. Nel dikhismo, questo principio insegna che ogni persona deve provvedere al proprio sostentamento con le proprie forze ed evitare di ottenere benefici a spese dello sfruttamento altrui, dell’inganno o dell’ingiustizia. Il lavoro non è considerato solo una necessità materiale, ma anche un modo per vivere con dignità e responsabilità all’interno della società.

Questo principio ricorda che la vita spirituale non è separata dalla vita quotidiana. Per un sikh, lavorare con onestà è una parte importante della pratica spirituale. Adempiere alle responsabilità lavorative, agire con integrità e rispettare gli altri nell’ambito del lavoro fanno parte di una vita coerente con gli insegnamenti del sikhismo.

Kirat Karni implica inoltre che l’impegno personale debba essere accompagnato da un atteggiamento retto ed etico. Il lavoro deve essere svolto con onestà, senza corruzione né abusi, e con l’intento di contribuire al benessere proprio, della famiglia e della comunità. In questo modo, il lavoro diventa un mezzo per vivere con rettitudine e per partecipare attivamente alla società.

 

 

Condividere con gli altri (Vand Chhakna)

Vand Chhakna significa condividere con gli altri ciò che si possiede. Nel sikhismo, questo principio insegna che la ricchezza, il tempo e le risorse non devono essere conservati solo a proprio vantaggio, ma devono essere utilizzati anche per aiutare gli altri. La condivisione fa parte di una vita giusta e solidale e ricorda che tutti gli esseri umani fanno parte della stessa umanità.

Questo principio viene messo in pratica in molti modi nella vita quotidiana. Può esprimersi aiutando chi ne ha bisogno, sostenendo la comunità o dedicando tempo al servizio disinteressato. Nella tradizione sikh, una manifestazione tangibile di questo spirito è il langar, il pasto comunitario offerto gratuitamente nei gurdwara a chiunque, indipendentemente dalla sua origine, religione o condizione sociale.

Vand Chhakna implica anche condividere una parte di ciò che si è guadagnato con il proprio lavoro, generalmente il 10% dello stipendio percepito, somma che può essere destinata a un progetto giusto e meritevole, a qualcuno in difficoltà o a un gurdwara. In questo modo, il sikhismo incoraggia a vivere con generosità e responsabilità nei confronti degli altri. Condividendo con gli altri, la persona impara a superare l’ego e a costruire una società più giusta, basata sull’uguaglianza, la solidarietà e il rispetto reciproco.

Imagen del Templo Dorado

Il Gurdwara

IL TEMPIO SIKH

Il gurdwara (pronunciato «gurduara») significa «la porta attraverso la quale si accede al Guru» ed è il principale luogo di ritrovo e di preghiera della comunità sikh ovunque ne esista uno. È uno spazio aperto a tutti, senza distinzioni di religione, origine o condizione sociale. Al centro del gurdwara si trova il Guru Granth Sahib, il libro sacro del Sikhismo, che viene considerato come il Guru eterno e la guida spirituale dei sikh. È obbligatorio che tutti, entrando nel gurdwara, si tolgano le scarpe e si coprano il capo in segno di rispetto verso il Guru.

Nel gurdwara si svolgono la recitazione e l’interpretazione del Guru Granth Sahib, il canto di inni sacri (kirtan), nonché le cerimonie religiose del sikhismo; inoltre, è un luogo ideale per la preghiera e la meditazione.

Una parte fondamentale della vita del gurdwara è il langar, la mensa comunitaria dove viene servito gratuitamente cibo vegetariano a tutti i visitatori che desiderano mangiare. Sedersi insieme allo stesso livello e condividere lo stesso cibo simboleggia uno dei principi centrali del Sikhismo: l’uguaglianza tra tutte le persone.

Guru Granth Sahib

Guru Granth Sahib

LA SCRITTURA CENTRALE E GURU PERPETUO DEL SIKHISMO

Il Guru Granth Sahib è la scrittura sacra più importante del sikhismo ed è riconosciuto dai sikh come il Guru vivente e perpetuo; per questo motivo, il Guru Granth Sahib non è considerato semplicemente una scrittura sacra, ma il Guru che guida spiritualmente i sikh.

Il Guru Granth Sahib è una raccolta di inni spirituali composta da alcuni dei Guru del sikhismo e da vari santi di diverse tradizioni spirituali e religiose. I suoi insegnamenti sono incentrati sulla devozione a un unico Dio, sull’umiltà, sull’uguaglianza tra tutti gli esseri umani e sull’importanza di condurre una vita onesta e spirituale.

Sebbene gli inni del Guru Granth Sahib siano stati composti in diverse lingue e forme poetiche, riflettendo così il suo spirito universale, l’intero testo è scritto in modo omogeneo con la scrittura Gurmukhi. Il Guru Granth Sahib è sempre costituito da un unico volume scritto con l’alfabeto Gurmukhi e con gli inni intatti così come sono stati tramandati e raccolti dai Guru, per cui qualsiasi traduzione del Guru Granth Sahib, o la sua suddivisione in più volumi, non è considerata come tale il Guru Granth Sahib (saruup), ma una traduzione o un’edizione del Guru Granth Sahib, e pertanto non godono dello stesso status né dello stesso trattamento.

Dieci candele rappresentano i 10 Guru

I Dieci Guru

LA STESSA LUCE NELLA FEDE E NELLA GIUSTIZIA

I Dieci Guru sono, secondo il sikhismo, i più grandi maestri spirituali umani mai esistiti e che mai esisteranno, non incarnazioni di Dio. Guidarono e svilupparono la comunità sikh dal XV secolo fino all’inizio del XVIII secolo. In tutti loro risplendeva la stessa luce divina, trasmessa dall’uno all’altro. Attraverso i loro insegnamenti, il loro esempio e la loro guida, posero le basi spirituali, sociali ed etiche del sikhismo, trasmettendo un messaggio incentrato sulla devozione a un unico Dio, sull’uguaglianza tra tutti gli esseri umani e sull’importanza di vivere una vita onesta e impegnata nella giustizia.

La successione dei Guru umani ebbe inizio con Guru Nanak (1469–1539), fondatore del Sikhismo, e proseguì con altri nove Guru: Guru Angad, Guru Amar Das, Guru Ram Das, Guru Arjan, Guru Hargobind, Guru Har Rai, Guru Har Krishan, Guru Tegh Bahadur e Guru Gobind Singh. Ciascuno di loro ha contribuito allo sviluppo della comunità sikh, rafforzandone le istituzioni religiose, l’identità e l’impegno a favore della libertà religiosa e della giustizia.

Prima della sua morte, avvenuta nel 1708, Guru Gobind Singh dichiarò che non ci sarebbero stati più Guru umani e che il Guru Granth Sahib sarebbe stato il Guru eterno dei sikh. In questo modo, la guida spirituale del sikhismo fu affidata per sempre al Guru Granth Sahib e agli insegnamenti trasmessi dai Dieci Guru.

Sij de la Khalsa frente al Templo Dorado

La Khalsa

L’ORDINE DELL’IDEALE DEL SANTO GUERRIERO

La Khalsa, che significa «la comunità dei puri», è la comunità dei sikh iniziati a questo ordine, che devono seguire con disciplina quotidiana il cammino stabilito dai Guru. Fu fondata nel 1699 da Guru Gobind Singh con l’obiettivo di creare una comunità impegnata nella fede, nella giustizia e nella difesa degli oppressi. Da allora, la Khalsa rappresenta l’ideale di una vita improntata al coraggio spirituale, alla disciplina e alla dedizione a Dio.

Coloro che fanno parte della Khalsa ricevono l’iniziazione dell’Amrit e si impegnano a seguire un codice formale di condotta e disciplina sikh. Tra i suoi elementi distintivi figurano le Cinque K, cinque simboli esteriori essenziali che ricordano l’impegno nei confronti della fede e dell’identità sikh e che permettono di riconoscere facilmente i membri della Khalsa, consentendo a chi ha bisogno di protezione di identificarli e rivolgersi a loro: il kesh (capelli non tagliati), il kangha (pettine di legno), il kara (bracciale d’acciaio), il kachera (indumento intimo tradizionale) e il kirpan (pugnale o spada ricurva che simboleggia la difesa della giustizia, usata solo per proteggere se stessi o gli altri).

La Khalsa non è solo un’identità esteriore, ma anche un ideale spirituale basato sulla disciplina, l’onestà e il servizio agli altri.

IL CREDO FONDAMENTALE DEL SIJISMO

Il Mul Mantar (Mool Mantar)

Il Mul Mantar (scritto in inglese come «Mool Mantar») significa letteralmente «Il Mantra Radice». È la dichiarazione fondante del sikhismo e le parole che aprono il Guru Granth Sahib, costituendo così le fondamenta su cui si regge l’intera teologia sikh.
In poche righe, il Mul Mantar risponde alla domanda più profonda che l’essere umano possa porsi: che cos’è la Realtà Suprema? E lo fa con assoluta certezza: essa è Una, Eterna e nulla esiste al di fuori di Essa.

Per il sikh, recitare il Mul Mantar non è un mero atto intellettuale, ma un’esperienza interiore. Ogni ripetizione consapevole avvicina il praticante al Reale. Per questo fa parte della preghiera quotidiana prima dell’alba, può accompagnare la giornata come costante promemoria ed è presente nei momenti più significativi della vita sikh, dalla nascita alla morte.

Di seguito è riportato il Mul Mantar nella sua lingua originale e una traduzione ortodossa del suo significato in italiano. Va sottolineato che nessuna traduzione può trasmettere con piena esattezza il significato delle parole originali:

ੴ
ਸਤਿ ਨਾਮੁ
ਕਰਤਾ ਪੁਰਖੁ
ਨਿਰਭਉ ਨਿਰਵੈਰੁ
ਅਕਾਲ ਮੂਰਤਿ
ਅਜੂਨੀ ਸੈਭੰ
ਗੁਰ ਪ੍ਰਸਾਦਿ ॥

Uno è Dio, che si manifesta in tutto,
Verità è il suo Nome,
L’Essere che fa,
Libero da paura e da inimicizia,
Realtà intemporale,
Non nato, esistente per sé stesso,
Conosciuto per la grazia del Guru.

CHIARIMENTI SULLA PRATICA DEL SIKHISMO

Domande e risposte frequenti sul Sikhismo

In questa sezione affrontiamo alcune delle domande più frequenti sul sikhismo nella pratica, chiarendo al contempo alcuni aspetti che spesso generano confusione riguardo al sikhismo e alla sua dottrina.

Il Sikhismo è un percorso spirituale etnico o universale?

Il Sikhismo è, sin dalle sue origini, un percorso spirituale universale aperto a tutta l’umanità, indipendentemente dalla razza, dalla cultura, dalla nazionalità o dal genere. Tuttavia, fino ad oggi, la stragrande maggioranza dei sikh è di origine punjabese (quasi tutti provenienti dall’attuale Punjab indiano o discendenti da quelle famiglie), per cui l’influenza culturale punjabese è molto forte. Di conseguenza, tra molti sikh del Punjab sono diffuse pratiche e credenze di natura puramente culturale o etnica, che però vengono spesso confuse o percepite come parte integrante del sikhismo, quando in realtà non lo sono.

Inoltre, ancora oggi quasi tutte le espressioni artistiche e la musica sikh sono in lingua punjabi, poiché attualmente la maggior parte dei sikh è di questa origine. Questa situazione potrebbe cambiare man mano che persone di altre culture e nazioni si avvicinano al sikhismo e lo adottano in modo sincero, vivendo pienamente come sikh pur provenendo da culture diverse; infatti, il sikhismo non richiede in alcun modo di rinunciare alla propria cultura per poter essere praticato e vissuto appieno, ma solo di abbandonare quelle pratiche specifiche che contraddicono i principi e la dottrina sikh.

Da «Sikhismo in Italiano» si sta già lavorando a titolo gratuito alla creazione di alcune risorse sul sikhismo per i di madrelingua italiana, e si sostiene pienamente chiunque si unisca a questa causa in linea con la dottrina dei Guru.

È obbligatorio indossare il turbante e lasciarsi crescere i capelli senza tagliarli per essere sikh?

La definizione di sikh si basa sulla fede nei Dieci Guru umani, nel Guru Granth Sahib come Guru eterno e nei suoi insegnamenti. Per questo motivo, all’interno del sikhismo esistono diversi livelli di disciplina adottati dalle persone che si identificano come sikh.

I sahajdharis (chiamati anche sehajdharis) sono i sikh che si trovano in un processo progressivo di adozione della disciplina sikh (un processo che non ha una durata prestabilita ed è di natura individuale), poiché non hanno ancora adottato pienamente tutte le discipline esteriori. In questo processo, alcuni adottano già pratiche visibili come l’uso del turbante, mentre altri non lo fanno ancora.

I keshdharis sono coloro che già mantengono i capelli non tagliati (kesh) come parte della loro disciplina. Se un giorno dovessero tagliarseli intenzionalmente, verrebbero considerati sahajdharis.

Infine, i sikh della Khalsa sono coloro che hanno ricevuto l’iniziazione e vivono la disciplina completa stabilita dalla tradizione sikh. Questi ultimi hanno assunto un impegno formale a mantenere il livello di rigore di tutta la disciplina sikh.

Allo stesso tempo, la Sikh Rehat Maryada (il codice di disciplina e condotta sikh) stabilisce, come parte della disciplina sikh, il mantenimento dei capelli non tagliati (kesh) e, nel caso degli uomini, l’uso del turbante come forma tradizionale di coprirli e presentarli, mentre per le donne è facoltativo (sebbene in alcune scuole sia richiesto a entrambi i sessi).

Pertanto, una persona può considerarsi sikh e iniziare a seguire il percorso del sikhismo pur non avendo ancora adottato tutte queste pratiche. Tuttavia, esse fanno parte dell’ideale e della disciplina tradizionale sikh, e la loro adozione è intesa come parte di un processo di impegno nei confronti della tradizione sikh.

Devo conoscere o imparare il punjabi per essere sikh?

No, non è affatto necessario che chi non è punjabi e si è sikh debba imparare la lingua punjabi. Ci sono sikh in diverse parti del mondo, alcuni appartenenti a comunità stabilitesi da molto tempo e la cui lingua non è il punjabi; pertanto non la conoscono o ne hanno una conoscenza limitata.

È fondamentale imparare a recitare il Mul Mantar nella sua lingua originale, poiché è stato recitato in punjabi. È breve e semplice, ma non è necessario imparare la lingua per poter vivere come sikh. Si incoraggia inoltre a imparare a leggere l’alfabeto gurmukhi per poter leggere le lettere del Guru Granth Sahib nel testo originale, ma questo non significa affatto imparare una lingua e si impara in tempi relativamente brevi.

Esistono traduzioni del Guru Granth Sahib in diverse lingue e su Internet si trovano sempre più risorse attendibili in varie lingue che aiutano a conoscere il Sikhismo così com’è.

Tutte le credenze e le pratiche dei sikh del Punjab fanno parte del sikhismo?

La risposta è un no categorico. Il popolo punjabi ha una cultura sociale ben definita, come qualsiasi altro popolo al mondo, e tale cultura viene assimilata dai punjabi fin dall’infanzia, facendo sì che i sikh punjabi (la maggior parte dei sikh fino ad oggi) la apprendano mescolata al sikhismo, senza sapere talvolta distinguere quali aspetti siano culturali e quali appartengano realmente al sikhismo.

È inoltre opportuno sottolineare che alcune pratiche e credenze specifiche seguite da numerosi sikh del Punjab sono in realtà il persistere di elementi indù all’interno della pratica sikh, frutto dell’enorme influenza culturale indù in India. Alcune di queste credenze e pratiche sono addirittura contrarie ai principi e alla dottrina sikh.

Cosa devo fare se dove vivo non c'è nessun gurdwara nelle vicinanze?

Il gurdwara occupa un posto molto importante nella vita dei sikh, anche se la realtà è che al di fuori dell’India ci sono moltissimi luoghi in cui sono rari o addirittura inesistenti. Pertanto, laddove non ce ne siano, un sikh può vivere senza recarsi in un gurdwara e persino creare una dharamsala (fisica o online), ovvero un luogo di incontro spirituale istituito da Guru Nanak e dai i primi Guru del sikhismo affinché i fedeli possano riunirsi in comunità e apprendere così gli insegnamenti spirituali del sikhismo, nonché accogliere i pellegrini o organizzare il langar, la mensa equitaria sikh. La dharamsala è l’antenata del gurdwara e può essere fondata da qualsiasi fedele sikh che abbia buona volontà e che rispetti e non contraddica gli insegnamenti del Guru Granth Sahib né la tradizione sikh ortodossa, indipendentemente dal fatto che conosca o meno la lingua punjabi o dalla sua nazionalità o etnia.

Da Sikhismo in Italiano sosteniamo e promuoviamo con fermezza la creazione di dharamsala in tutto il mondo come mezzo per mantenere viva la pratica spirituale e comunitaria sikh laddove non esistono gurdwara.

Qual è il nome di Dio nel sikhismo?

Nel sikhismo, la Realtà Suprema non ha un unico nome proprio che la definisca. Essendo infinita, non può essere propriamente racchiusa in una sola parola. Per questo motivo il Guru Granth Sahib si riferisce a Dio con molti nomi diversi, provenienti da varie tradizioni religiose, come ad esempio: Hari, Ram, Gopal dell’induismo; Allah, Khuda, Rabb della tradizione islamica; insieme ad altri adottati e consolidati dal sikhismo come Satnam (Vero Nome), Nirankar (Senza Forma) o Ek Onkar (Una sola è la Realtà Suprema).

I Guru del Sikhismo hanno insegnato che esistono molti nomi che rimandano alla stessa Realtà Suprema, senza che nessuno possa contenerla completamente. Tuttavia, nella pratica devozionale sikh, il nome più utilizzato per riferirsi a Dio e invocarlo è Waheguru, che può essere tradotto come «Meraviglioso Dissipatore delle Tenebre».

Waheguru è considerato il Gurmantra, il mantra principale conferito dal Guru per la recitazione e la meditazione costante su Dio.
Pertanto, il Sikhismo non impone un nome esclusivo per Dio, ma riconosce che l’intera umanità invoca, nelle sue diverse lingue e tradizioni, la stessa unica Realtà Suprema.

Che cos’è il kirpan (un'arma bianca religiosa) e perché i sikh lo portano con sé?

È opportuno chiarire innanzitutto che non tutti i sikh portano un kirpan: è obbligatorio solo per i sikh iniziati nella Khalsa (Amritdhari), che hanno superato la cerimonia dell’Amrit Sanchar e si sono impegnati a rispettare per tutta la vita il proprio codice di condotta. Questo obbligo si applica indistintamente sia agli uomini che alle donne. I sikh non iniziati alla Khalsa (che costituiscono la maggioranza) non sono obbligati a portarlo e non è usuale che ne siano in possesso, sebbene possano farlo volontariamente.

Il kirpan è uno dei Cinque K (Panj Kakar), i cinque oggetti di fede istituiti da Guru Gobind Singh nel 1699 quando fondò la Khalsa. Il suo nome unisce i concetti di kirpa (grazia, compassione) e aan (onore, dignità), e risponde all’ideale del Sant-Sipahi (guerriero santo): il dovere di coltivare la vita spirituale e, al contempo, difendere la giustizia e proteggere gli oppressi. Non è un’arma di aggressione, ma un simbolo sacro di moderazione, dignità e compassione. La dottrina sikh ne ammette l’uso solo per la difesa propria o di terzi di fronte a un’aggressione ingiusta e proporzionata, e mai per aggredire, intimidire o imporsi su qualcuno.

Per quanto riguarda la forma, si tratta di una lama ricurva a un solo filo, derivata dal talwar (la tradizionale spada ricurva indiana). Il codice di condotta sikh non prescrive una dimensione specifica: tradizionalmente si trattava di una spada di dimensioni standard (circa 76 cm), ridotta durante il periodo coloniale britannico, mentre oggi è solitamente un pugnale lungo tra i 12 e i 30 cm (anche se nel Punjab si portano ancora kirpan molto più grandi). Riguardo alle dimensioni coesistono due posizioni: quella più pratica, comune in Occidente, accetta kirpan molto ridotti (di pochi centimetri) per motivi legali e di discrezione. La posizione più ortodossa sostiene che, per quanto piccolo possa essere, debba continuare a essere un oggetto funzionale e non un mero simbolo.
È realizzato in acciaio o ferro (materiali non lussuosi) e viene portato nel fodero, fissato al corpo tramite il gatra, una cintura che attraversa la spalla, solitamente sotto i vestiti.

Laddove il porto del kirpan è regolato dalla legge del Paese, la comunità sikh ha sempre cercato il dialogo e l’adeguamento al quadro giuridico.

 

Qual è la posizione del sikhismo riguardo all'omosessualità?

Il Guru Granth Sahib non menziona l’omosessualità, e nessuna inclinazione di questo tipo condanna di per sé nessuno. Cinque vizi insidiano l’uomo finché la sua mente non è unita a Dio (la lussuria, l’ira, l’avidità, l’attaccamento mondano e la superbia), e la vita spirituale consiste proprio nel non lasciarsi trascinare da essi. Ciò che ciascuno porta con sé alla nascita deriva dalle proprie azioni nelle vite precedenti e dalla Volontà divina: non è una punizione, ma le condizioni in cui a ciascuno spetta percorrere il proprio cammino. E nel sikhismo nessuno è determinato da quel passato, perché la Grazia divina è al di sopra di esso: la liberazione non si guadagna né si perde a causa delle circostanze in cui si nasce, ma si ottiene per mezzo di quella Grazia.

Si risponde di ciò a cui si cede interiormente e che si alimenta, nel pensiero, nella parola o nell’azione. Per questo una persona con una tendenza omosessuale può anch’essa raggiungere la santità in quella stessa incarnazione, proprio come qualsiasi altra: e ciò non si ottiene semplicemente osservando una disciplina esteriore, che di per sé non salva nessuno, ma ricordando Dio continuamente e vivendo con il cuore rivolto a Lui. E proprio per questo nessuno deve essere additato o maltrattato per ciò che prova: farlo va contro l’insegnamento del Guru.

Per quanto riguarda la condotta, la situazione è diversa, e in questo ambito la norma è unica e uguale per tutti: il rapporto sessuale rientra nell’ambito del matrimonio, e nella dottrina sikh il matrimonio è l’unione tra un uomo e una donna, indipendentemente dalla forma giuridica con cui viene celebrato. Così stabilisce il Sikh Rehat Maryada, il codice ortodosso di condotta sikh, che descrive l’Anand Karaj (il matrimonio propriamente sikh) esclusivamente come l’unione tra un uomo e una donna. I Dieci Guru non hanno mai celebrato nulla di diverso, e così è stato inteso nella comunità sikh da allora. Nel 2005, di fronte al dibattito in corso in Canada, l’Akal Takht (la massima autorità istituzionale sikh) dovette dichiararlo pubblicamente in un comunicato in cui si menzionava il divieto di celebrare matrimoni tra persone dello stesso sesso in qualsiasi gurdwara del mondo, e ribadì la propria posizione nel 2009. Allora non stabilì nulla di nuovo: si limitò a dichiarare pubblicamente ciò che era sempre stato, dinanzi alla pressione dell’attuale morale occidentale.

Al di fuori del matrimonio, la castità è richiesta a tutti allo stesso modo: non ci sono due pesi e due misure.

Un ultimo avvertimento. Recentemente in Occidente sono emersi alcuni gruppi e individui che presentano la pratica omosessuale e quel tipo di unioni come pienamente compatibili con la vita sikh. Non lo sono, e conviene dirlo senza mezzi termini: ciò che fanno non è interpretare la dottrina sikh, bensì adattarla alla morale dominante del momento in Occidente, per riscuotere consenso e conquistare così nuovi seguaci. Il prezzo di questa operazione è il messaggio del Guru. Queste correnti e questi individui sono arrivati talvolta persino a negare la reincarnazione, che è una dottrina centrale del sikhismo (l’anima attraversa innumerevoli forme di vita e la liberazione consiste proprio nell’uscire da quel ciclo di nascite e morti), per assomigliare sempre più alla filosofia materialista occidentale. Chi inizia manipolando ciò che risulta impopolare in una società finisce per predicare qualcos’altro, falsamente in nome del Guru.

Il sikhismo non ha bisogno di essere manipolato per assecondare il discorso egemonico di una società: ha bisogno di essere vissuto così com’è.

Il sikhismo è un percorso spirituale rigido e pieno di divieti?

In questo contesto è necessario operare una distinzione tra i sikh che non hanno ricevuto l’iniziazione nella Khalsa e quelli che invece l’hanno ricevuta, poiché il livello di disciplina richiesto è diverso.

Per coloro che hanno ricevuto l’iniziazione nella Khalsa esiste un codice di condotta ben definito, denominato «Sikh Rehat Maryada» (anche se alcune scuole specifiche hanno i propri regolamenti disciplinari). Tra le altre cose, questo codice stabilisce alcuni divieti volti a garantire una vita disciplinata e coerente con gli insegnamenti dei Guru. Tra questi vi sono il divieto di consumare tabacco o altre sostanze inebrianti, di bere alcolici, di consumare carne preparata tramite sacrificio rituale (kutha), di tagliarsi i capelli, nonché l’obbligo di mantenere una condotta sessuale responsabile all’interno del matrimonio tra uomo e donna.

Tuttavia, il sikhismo non si presenta come un percorso basato su un lungo elenco di divieti. I suoi insegnamenti pongono l’accento sul vivere una vita retta e consapevole. In questo senso, il sikhismo rifiuta pratiche come il sistema delle caste, l’idolatria e la superstizione, e condanna qualsiasi forma di disprezzo per la vita umana, come l’infanticidio e altre pratiche che ledono la dignità della persona. Incoraggia inoltre a evitare lo sfruttamento, l’inganno, la corruzione e l’ingiustizia.

Promuove invece una vita basata sul ricordo di Dio (Naam Japna), sul guadagnarsi da vivere onestamente (Kirat Karni) e sulla condivisione con gli altri (Vand Chhakna).

Il sikhismo sostiene il sistema delle caste indiano?

Assolutamente no, il sikhismo non sostiene il sistema delle caste indiano; anzi, lo condanna.

Il sistema delle caste indiano affonda le sue radici nelle tradizioni indù, un amalgama di religioni che da millenni costituisce la maggioranza in gran parte del subcontinente indiano. Questa egemonia religiosa dell’induismo ha influenzato enormemente la cultura della regione, rendendola così profondamente radicata che moltissimi musulmani e sikh della zona praticano e sostengono un proprio sistema di caste, nonostante questi due percorsi spirituali non abbiano nulla a che vedere con alcun sistema di caste.

Guru Gobind Singh, con l’obiettivo di neutralizzare il sistema delle caste indiano, stabilì che gli uomini sikh adottassero il cognome «Singh» e le donne il cognome «Kaur» dopo i propri nomi di battesimo, in modo che tutti i sikh condividessero un’identità comune basata sull’uguaglianza, eliminando così i cognomi legati alle caste.

Qual è il simbolo che rappresenta la religione sikh?

Il simbolo più utilizzato per rappresentare il sikhismo è il Khanda (☬), che è anche il simbolo della Khalsa. Il Khanda è costituito da una spada centrale a doppio taglio, che simboleggia la verità divina e la giustizia, circondata da un cerchio chiamato chakkar che rappresenta l’eternità e l’unità di Dio, e da due spade ricurve chiamate kirpan che simboleggiano l’equilibrio tra l’autorità spirituale e la responsabilità temporale.

Il Khanda compare anche sulla bandiera sikh nota come Nishan Sahib, che si trova nei gurdwara. Questa bandiera, di colore arancione o zafferano, indica la presenza di un gurdwara e simboleggia l’identità e la comunità sikh.

Un altro simbolo riconosciuto come appartenente al sikhismo è l’Ek Onkar ( ੴ ), scritto in punjabi e che significa «Uno è Dio, che si manifesta in tutto».

Il sikhismo è intollerante o condanna i fedeli di altre religioni?

Si può affermare che il Sikhismo sia, tra i grandi percorsi spirituali e religiosi teisti, il più tollerante e inclusivo. Mentre altre grandi religioni o percorsi spirituali proclamano di detenere il monopolio della verità e/o della salvezza, e alcune delle più grandi, nelle loro dottrine, condannano addirittura a una punizione eterna i credenti di altre religioni, il Sikhismo nega completamente l’idea che Dio abbia dei prescelti o che solo chi appartiene a una specifica religione possa ottenere la salvezza.

Gli insegnamenti del Sikhismo affermano che Dio aiuta e benedice tutti i credenti sinceri, che esistono santi autentici in diverse religioni e percorsi spirituali e che la salvezza non appartiene a nessuna religione o popolo specifico.