Guida Orientativa per la Pratica Quotidiana Sikh
Una precisazione prima di iniziare
Per iniziare a vivere da sikh non è necessaria alcuna conversione formale, né cambiare nome, né adottare un abbigliamento o una cucina di una cultura diversa dalla propria, né conoscere la lingua punjabi, né tantomeno essere un Amritdhari (sikh iniziato nella Khalsa). La cosa più importante è interiorizzare i valori trasmessi dai guru sikh e iniziare a viverli davvero a partire da dove ci si trova.
L’unica iniziazione prevista nel sikhismo è la cerimonia dell’Amrit Sanchar, al termine della quale si diventa membri della Khalsa: si tratta di un obiettivo spirituale profondo, ma certamente non è la porta d’ingresso al sikhismo. Nella tradizione sikh si riconosce il Sahajdhari, il praticante che accetta il Guru Granth Sahib e i Dieci Guru sikh come sue guide spirituali, anche se non ha ancora ricevuto l’Amrit. Si tratta di un percorso legittimo, particolarmente adatto a chi è alle prime armi o non è nato in una famiglia sikh.
Essere sikh NON significa rinunciare alla propria cultura
Abbracciare il sikhismo non implica in alcun modo doversi «punjabizzare» né abbandonare la propria identità culturale. Un sikh italiano rimane italiano, un sikh greco rimane greco e un sikh giapponese rimane giapponese. La lingua madre, la gastronomia locale (sempre priva di carne rituale Kutha Maans), le celebrazioni familiari, la musica tradizionale, le festività civili e le usanze regionali sono tutte legittime e pienamente compatibili con la pratica della vita sikh.
Ciò che invece deve essere abbandonato sono quelle pratiche specifiche che entrano in conflitto con la dottrina sikh, indipendentemente dal loro radicamento culturale.
Pratiche esplicitamente vietate nel sikhismo:
● Il consumo di qualsiasi sostanza inebriante: alcol, tabacco, cannabis, oppio o qualsiasi altra sostanza che alteri lo stato mentale. Ciò include anche la cultura del vino, della birra (con o senza alcol), i brindisi alcolici durante le celebrazioni, il fumo sociale e il consumo ricreativo di droghe.
● Il consumo di Kutha Maans: carne proveniente da animali macellati ritualmente secondo il rito islamico (halal), ebraico (kosher) o qualsiasi altra tradizione religiosa.
● Giochi d’azzardo e scommesse: lotterie, gratta e vinci, casinò, bingo, scommesse sportive, totocalcio e simili.
● L’idolatria, pregare o rivolgersi ai santi (o a qualsiasi altro essere umano o entità che non sia Dio stesso), l’adorazione di immagini, reliquie o tombe, il sistema delle caste, le superstizioni, i rituali privi di significato, l’esoterismo, gli amuleti, i tarocchi, gli oroscopi e l’astrologia.
● Il consumo di materiale pornografico, così come i rapporti sessuali al di fuori del matrimonio. Queste pratiche alimentano il Kaam (lussuria), uno dei cinque vizi.
● Il furto, l’inganno, le associazioni disoneste, l’infedeltà coniugale, il matrimonio infantile o forzato e la celebrazione del rito matrimoniale sikh (Anand Karaj) tra persone dello stesso sesso. La Sikh Rehat Maryada definisce l’Anand Karaj come un’unione esclusivamente tra un uomo e una donna, posizione ribadita dall’Akal Takht nei suoi pronunciamenti ufficiali.
Precisazione: quando esiste una dipendenza pregressa (alcol, tabacco, droghe, pornografia, giochi d’azzardo), può essere necessario un processo graduale di abbandono con il sostegno emotivo della comunità e/o con un supporto terapeutico. Il resto richiede un abbandono immediato: il furto, l’inganno, l’idolatria, il Kutha Maans o il matrimonio infantile o forzato non ammettono gradualità. La posizione dottrinale è ferma; varia solo il ritmo personale.
Pratiche incompatibili con il principio sikh della Daya (compassione):
Il Guru Granth Sahib insegna, nelle parole di Guru Nanak: «Sii gentile con tutti gli esseri; questo ha più merito che fare il bagno nei sessantotto luoghi sacri di pellegrinaggio e fare l’elemosina» (Ang 136). Daya (compassione) è inoltre una delle Cinque Virtù fondamentali del sikhismo.
In linea con questo insegnamento, sono incompatibili con la pratica sikh:
● La crudeltà verso gli animali a scopo di intrattenimento: le corride, i combattimenti tra galli, la caccia al trofeo e le feste che prevedono il sacrificio o la tortura degli animali.
● L’aborto come metodo di controllo delle nascite. Il Gurbani insegna che la vita nel grembo materno ha origine per ordine divino (Hukam): «Nella prima veglia della notte, o amico mercante, per ordine divino sei entrato nel grembo materno» (Guru Nanak, Ang 74). Il sikhismo considera inoltre la nascita umana una grande opportunità spirituale («Hai ottenuto questo corpo umano; questa è la tua opportunità di incontrare il Divino», Guru Arjan, Ang 12), motivo per cui rifiuta l’aborto come strumento di pianificazione familiare.
Abbigliamento: modestia e dignità
Come già accennato in precedenza, il sikhismo non impone di adottare l’abbigliamento tradizionale del Punjab. L’abbigliamento occidentale di tutti i giorni è pienamente compatibile con la pratica sikh, purché rispetti i principi di decoro, dignità e modestia.
Non si tratta di seguire regole esterne su capi specifici, ma di vestirsi in modo coerente con la lotta contro il Kaam (lussuria), uno dei cinque vizi. In pratica, ciò significa evitare abiti esplicitamente provocanti o destinati a mettere in mostra il corpo, oppure capi estremamente attillati. Questo vale sia per gli uomini che per le donne.
Il criterio non è il disagio estetico né il puritanesimo, ma la coerenza interiore: il corpo è espressione dello spirito, e il modo di vestirlo deve accompagnare il raccoglimento della pratica spirituale, non contraddirlo.
Nei gurdwara e nei dharamsaala occorre prestare particolare attenzione a vestirsi in modo adeguato a questi luoghi.
Ciò che invece è compatibile e funziona senza problemi:
Abbracciare il sikhismo significa approfondire i valori universali, non cambiare cultura. Rimangono pienamente legittimi:
● Pregare Dio nella propria lingua: italiano, russo, etiope, greco, cinese e qualsiasi altra lingua, poiché Dio conosce tutte le lingue.
Nota: Le preghiere del Nitnem vengono recitate nella lingua originale del Guru Granth Sahib, poiché quelle erano le parole esatte dei Guru e dei santi; tuttavia, si raccomanda di accompagnarle sempre con la traduzione nella propria lingua per garantire la comprensione interiore.
● La cucina lattovegetariana propria della tradizione (pienamente accettata), oppure la cucina propria che include carne e pesce, a condizione che non siano stati uccisi nell’ambito di un rituale religioso (accettata da una parte della comunità sikh).
● Le ricorrenze in famiglia: compleanni, anniversari, ritrovi, momenti di convivialità dopo cena, caffè e tè.
● La musica, l’arte, la letteratura e il cinema della propria cultura che non incitino contro i valori sikh.
● Le festività civili e nazionali non legate ad altre religioni.
● Lo sport, le escursioni, lo studio, la vita professionale e tutte le attività oneste.
Ciò che cambia quando si abbraccia il sikhismo non è la propria cultura, bensì la profondità etica e spirituale con cui si vive.
I Tre Pilastri: il fondamento di ogni pratica
L’intera pratica sikh si fonda su tre pilastri fondamentali insegnati da Guru Nanak. Non si tratta di rituali isolati, ma del fondamento su cui si costruisce tutto il resto. Devono essere vissuti contemporaneamente, indipendentemente dal livello.
Naam Japna: Ricordare il Nome Divino. Mantenere la consapevolezza del Divino in ogni momento. Recitare mentalmente o ad alta voce «Waheguru», «Sat Naam Waheguru» o il Mul Mantar.
Kirat Karni: Guadagnarsi da vivere onestamente. Lavorare con onestà, senza ingannare né sfruttare. Il sikhismo rifiuta sia l’accattonaggio spirituale che la rinuncia monastica.
Vand Chhakna: Condividere con gli altri. Condividere tempo, risorse e conoscenza. Include il «Dasvandh» (condividere il dieci per cento del reddito) e si esprime in particolare attraverso il Seva (il servizio disinteressato).
Per ulteriori informazioni sui tre pilastri del sikhismo, visita il seguente link.
I cinque vizi da tenere sotto controllo e le cinque virtù da coltivare
Lavorare su entrambe queste dimensioni fa parte della pratica quotidiana:
I cinque vizi (Panj Chor): Kaam (lussuria), Krodh (ira), Lobh (avidità), Moh (attaccamento ai beni materiali) e Ahankar (superbia).
Le cinque virtù (Panj Gun): Pyaar (amore), Daya (compassione), Santokh (contentezza), Sat (verità) e Nimrata (umiltà).
Il Gurbani insegna che il Naam Simran (ricordo costante del Nome Divino), il Sadh-Sangat (compagnia di devoti sinceri) e il Seva (servizio disinteressato) sono i mezzi principali per indebolire i vizi e coltivare le virtù. Riconoscere quando ogni vizio si manifesta in se stessi permette di riorientarsi consapevolmente verso la virtù opposta.
L’alimentazione e le sostanze inebrianti nel sikhismo: ciò che è proibito e ciò che è raccomandato
Il sikhismo proibisce categoricamente qualsiasi sostanza inebriante: alcol, tabacco, cannabis, oppio o simili. Questo divieto è sancito dal Sikh Rehat Maryada e non ammette eccezioni.
Per quanto riguarda l’alimentazione, all’interno del sikhismo esistono diverse posizioni; si stima che circa il 60% della comunità sikh sia vegetariana, infatti gran parte della comunità sikh ritiene che mangiare carne sia contrario ai valori sikh di compassione verso le altre creature, mentre un’altra parte della comunità ritiene che mangiare carne sia consentito purché non si tratti di «Kutha Maans»: carne sacrificata ritualmente secondo lo stile halal, kosher o qualsiasi altra tradizione religiosa.
In ogni caso, il Langar è sempre vegetariano affinché nessuno venga escluso.
Comunità spirituale: La Sangat
La pratica sikh non è esclusivamente individuale. Il Sangat (congregazione dei devoti) e il Pangat (mangiare insieme nel Langar senza distinzioni di classe sociale, religione, ecc.) sono i pilastri dell’uguaglianza sikh istituita da Guru Nanak.
Chi ha un gurdwara nelle vicinanze dovrebbe frequentarlo regolarmente, partecipare al Langar e svolgere il Seva. Il sikhismo non prevede un clero ordinato, sebbene ruoli ufficiali come quello del Granthi (responsabile liturgico del Guru Granth Sahib) e la conduzione dell’Amrit Sanchar richiedano di essere Amritdhari e di possedere la preparazione adeguata per poter svolgere tale compito.
Chi non ha un gurdwara nelle vicinanze (situazione attualmente comune in molti paesi) può instaurare una pratica domestica e connettersi con altri praticanti tramite Internet, o persino fondare una dharamsala locale. La dharamsala era l’istituzione sikh originaria per l’associazione dei devoti (Guru Nanak ne fondò la prima a Kartarpur nel 1522), e qualsiasi sikh sincero e rispettoso della dottrina e delle pratiche ortodosse può istituirla senza autorizzazione gerarchica, per facilitare l’associazione spirituale dei devoti. Da questo progetto si promuove attivamente la creazione di dharamsala in tutto il mondo.
Apprendimento e pratica del Nitnem
Ogni singolo inno del Guru Granth Sahib è chiamato Shabad (parola). L’unità più ampia, costituita da un insieme tematico o liturgico di vari Shabad, è denominata Bani (parola rivelata). L’insieme dei Bani è chiamato Gurbani (la parola del Guru) ed è contenuto principalmente nel Guru Granth Sahib, Guru eterno e testo sacro del sikhismo.
Tra tutti i Bani esistenti, ve ne è un insieme specifico denominato Nitnem (letteralmente, «disciplina quotidiana»): si tratta delle preghiere che ogni sikh Amritdhari deve ascoltare o recitare ogni giorno secondo la Sikh Rehat Maryada. Sono distribuite in tre momenti della giornata:
● Domani (Amrit Vela, nelle tre ore che precedono l’alba): Japji Sahib, Jaap Sahib e Tav-Prasad Savaiye (tre preghiere diverse). Alcune tradizioni prevedono l’aggiunta di altre due preghiere al mattino: Chaupai Sahib e Anand Sahib.
● Tramonto: Rehras Sahib.
● Prima di andare a dormire: Kirtan Sohila.
Nell’ascolto o nella recitazione del Nitnem deve essere presente la lingua originale in cui queste preghiere sono state rivelate, così come sono state tramandate dai Guru. Ma è anche fondamentale che siano comprese con l’intelletto: non è valido ascoltare o recitare qualcosa che non si capisce. Pertanto, per chi non comprende le lingue originali del Nitnem, la soluzione è ascoltare il Nitnem nella sua lingua originale leggendo contemporaneamente i sottotitoli con la traduzione nella propria lingua. Un’altra opzione è ascoltare la preghiera in formato versetto per versetto in due lingue: prima l’originale e, subito dopo, la sua traduzione. Queste due pratiche sono le più semplici quando non si comprende la lingua originale.
Se si desidera recitare anziché limitarsi ad ascoltare, la recitazione deve avvenire nella lingua originale e può essere appresa gradualmente con l’aiuto di una buona traslitterazione fonetica.
Ordine consigliato di apprendimento:
- Mul Mantar (verso iniziale del Japji Sahib che sintetizza la teologia sikh).
- Japji Sahib (è la preghiera più importante e fondamentale del Nitnem).
- Kirtan Sohila (Bani prima di andare a dormire).
- Rehras Sahib (Bani del tramonto).
- Jaap Sahib e Tav-Prasad Savaiye (i restanti Banis mattutini del Nitnem).
La Khalsa: l’obiettivo ideale, non il requisito per l’ammissione
L’Amrit Sanchar è l’impegno più profondo nella vita dei sikh. Implica vivere secondo un rigoroso codice etico e morale, recitare o ascoltare quotidianamente l’intero Nitnem e osservare le Cinque K, ognuna delle quali ha un profondo significato spirituale e sono le seguenti:
☑ Kesh (lasciare i capelli lunghi, senza tagliarli).
☑ Kara (bracciale di ferro o acciaio, mai d’oro, d’argento o di altro materiale di lusso).
☑ Kanga (pettine di legno).
☑ Kachera (indumento intimo lungo di cotone).
☑ Kirpan (pugnale o spada da difesa)*
.
*Nei paesi in cui esistono restrizioni legali sul portare il kirpan all’aperto, i sikh Amritdhari tendono a indossarne uno di dimensioni molto ridotte (alcuni di pochi centimetri) sotto i vestiti, fissato con il gatra (cintura).
Tutto ciò non è affatto un requisito iniziale, ma un impegno che, una volta assunto, è per tutta la vita e richiede una grande preparazione. Chi, dopo aver ricevuto l’Amrit, commette una delle quattro trasgressioni gravi (tagliarsi i capelli, consumare carne rituale, commettere infedeltà coniugale o assumere sostanze inebrianti) diventa un Patit (caduto) e viene scomunicato dalla Khalsa, e per poter rientrare deve sottoporsi a penitenza e a una nuova iniziazione davanti ai Panj Piare (cinque sikh Amritdhari scelti per la loro condotta esemplare).
La pratica sikh per livelli
Non esiste un unico percorso. Vengono proposti tre livelli indicativi, non come tappe rigide, ma come punto di riferimento per capire da dove iniziare e in quale direzione approfondire. Ognuno procede al proprio ritmo.
Livello iniziale
☑ Iniziare a mettere in pratica i Tre Pilastri del sikhismo nella vita quotidiana.
☑ Simran (meditazione sul Nome Divino) per almeno 10 minuti al giorno, recitando ad alta voce o mentalmente «Waheguru» o «Sat Naam Waheguru». Come pratica complementare, si può anche recitare in modo contemplativo il Mul Mantar. (Si raccomanda di farlo con la testa coperta, se possibile).
A questo link sono disponibili alcuni video da utilizzare come suggerimento nella pratica del simran.
☑ Cercare di compiere almeno un piccolo atto di Seva (servizio disinteressato) ogni giorno.
☑ Eliminare il consumo di alcol, tabacco e altre sostanze intossicanti (in caso di forte dipendenza, è possibile farlo gradualmente); eliminare anche il consumo di carne rituale (halal, kosher…) se ne si consumava.
☑ Imparare i fondamenti della dottrina sikh e chi fossero i Dieci Guru sikh.
☑ Imparare a recitare il Mul Mantar nella sua lingua originale e memorizzarne la traduzione.
È molto semplice, la pronuncia approssimativa in italiano sarebbe questa:
Ek Onkáár, SatNáám, Kartáá Purákh, Nirbháo, Nirvéér, Akáál Múúrat, Allúúni, Sebháng, Gur Prasáád.
Per ulteriori informazioni e per conoscere il significato del Mul Mantar, visita questo link.
Livello intermedio
☑ Alzarsi durante l’Amrit Vela (questo periodo quotidiano dura tre ore e corrisponde alle tre ore che precedono l’alba), fare una doccia e poi dedicarsi al Simran o iniziare la pratica del Nitnem.
☑ Aumentare il Simran ad almeno 30 minuti al giorno.
☑ Iniziare con la pratica quotidiana del Nitnem: innanzitutto con il Bani più importante e fondamentale, il Japji Sahib (da praticare preferibilmente durante l’Amrit Vela o al mattino), e quando sarà ben consolidato, iniziare ad aggiungere il Kirtan Sohila (prima di andare a dormire) o il Rehras Sahib (al tramonto).
☑ Imparare a recitare l’Ardas (la preghiera formale di supplica e ringraziamento, il cui inizio è stato composto da Guru Gobind Singh e la cui parte centrale è stata sviluppata dalla comunità sikh nel corso del tempo).
☑ Iniziare il Dasvandh (condividere il 10% del proprio reddito per una causa nobile).
☑ Iniziare ad adottare alcuni degli elementi che compongono le Cinque K; solitamente si inizia con il Kara (bracciale di ferro o acciaio), tenendo sempre presente il significato spirituale di ciascuno di essi, poiché non sono semplici ornamenti.
☑ Conoscere i sacrifici dei martiri del sikhismo (shahid) e il loro esempio di impegno verso la fede sikh.
Consigliato:
☑ Partecipare regolarmente al seva (gurdwara, comunità locale, progetti sociali o a favore di chiunque abbia bisogno di aiuto).
☑ Iniziare a leggere brani del Guru Granth Sahib con traduzione, se disponibile.
☑ Iniziare a coprirsi il capo con un foulard, una patka o un turbante nella vita quotidiana come espressione dell’identità sikh.
Livello avanzato
☑ Ascoltare o recitare quotidianamente l’intero Nitnem (i tre Bani mattutini, il Rehras Sahib e il Kirtan Sohila).
☑ Mantenere costante il Naam Simran durante tutta la giornata.
☑ Mantenere il Kesh (capelli non tagliati) come impegno verso l’integrità del corpo ricevuto dal Creatore (Keshdhari) e adottare ulteriori elementi delle Cinque K.
☑ Il Seva come fulcro della vita, con progetti di reale impatto.
☑ Portare sempre la testa coperta con il turbante se si è uomini, e con il turbante o un foulard se si è donne.
☑ Approfondimento dello studio del Gurbani e della dottrina sikh.
☑ Imparare a leggere l’alfabeto Gurmukhi (non si tratta affatto di imparare un’altra lingua o di affrontare una difficoltà simile, è solo l’alfabeto, è qualcosa di semplice e permette di accedere ai testi sacri nella loro forma originale).
Consigliato:
☑ Promuovere o guidare la creazione di un dharamsala locale se non c’è un gurdwara in quella zona.
☑ Valutare, se si ha maturità e convinzione, il percorso verso l’Amrit Sanchar (Khalsa) e adottare così in modo permanente tutte le Cinque K.
Errori comuni
Il praticante sikh non deve ossessionarsi fin dall’inizio con la «purezza» formale, né tormentarsi né rinunciare solo perché occasionalmente commette qualche errore contrario ai principi sikh, specialmente se questi sono radicati da molto tempo nella sua vita. La vita sikh è un percorso da percorrere con devozione, umiltà e sincero impegno, non un traguardo di perfezione esteriore che si raggiunge da un giorno all’altro. Bisogna essere sinceri con se stessi e procedere in modo graduale, non in modo drastico o traumatico, sapendo che anche nella vita spirituale ci sono alti e bassi. Questa gradualità si applica in particolare alle trasgressioni profondamente radicate o con una componente di dipendenza, non a quelle che, come già indicato, richiedono l’abbandono immediato (furto, idolatria, Kutha Maans, infedeltà o matrimonio infantile, tra le altre).
Altri consigli importanti da tenere in considerazione:
Non bisogna confondere la cultura del Punjab con il sikhismo. L’abbigliamento tradizionale del Punjab (kurta, salwar-kameez), le danze folcloristiche (Bhangra, Giddha), la musica popolare del Punjab o le feste regionali laiche (Lohri e simili) fanno parte della cultura del Punjab, condivisa anche dai punjabesi indù e musulmani; non sono il sikhismo, né lo sono il sistema delle caste e altre pratiche e credenze seguite nel Punjab e in India in generale.
Al contrario, fanno parte del sikhismo dottrinale: le Cinque K (Kesh, Kara, Kanga, Kachera, Kirpan), istituite dal Guru Gobind Singh nel 1699; il dastaar (turbante), che pur avendo origini pre-sikh acquisisce nel sikhismo uno status dottrinale specifico; coprirsi il capo in presenza del Guru Granth Sahib; ascoltare o recitare i Banis nell’originale gurmukhi come parte del Nitnem; l’uso universale e obbligatorio dei nomi Singh e Kaur per tutti i sikh iniziati nella Khalsa e facoltativo per i sahajdharis e i keshdharis; e l’Anand Karaj, rito matrimoniale sikh stabilito dai Guru. L’adozione graduale e consapevole di questi elementi significa davvero vivere il sikhismo.
Adottare elementi culturali del Punjab senza comprenderli è superficiale; adottare le pratiche dottrinali sikh con consapevolezza significa vivere il sikhismo.
Un altro errore da principianti da tenere presente è quello di idealizzare gli altri sikh per il semplice fatto di esserlo. Indossare il turbante, le Cinque K o avere un secondo nome o cognome Singh o Kaur non garantisce né la perfezione morale né l’autorità spirituale: l’aspetto esteriore non assicura la disposizione interiore.
È inoltre un grave errore pensare che si debba svolgere il seva (servizio disinteressato) solo in un gurdwara o in un dharamsala, quando in realtà è proprio lì che possiamo imparare a farlo, ma poi dobbiamo estenderlo a tutti gli ambiti della vita quotidiana.
Non si deve inoltre confondere il sikhismo ortodosso con gli insegnamenti di alcuni gruppi o organizzazioni che utilizzano terminologia, simboli o riferimenti sikh, ma mescolati con invenzioni e deviazioni proprie contrarie al Gurmat (gli insegnamenti del Guru), per cui dal punto di vista dottrinale rimangono al di fuori del sikhismo ortodosso. Alcuni di essi sono:
● 3HO e Sikh Dharma International, organizzazioni fondate dalla controversa figura di Yogi Bhajan e raggruppate sotto la Siri Singh Sahib Corporation. 3HO diffonde una versione occidentalizzata del Kundalini Yoga (yoga tantrico di origine indù), registrata come marchio commerciale, che mescola pratiche yoga con mantra ed elementi sikh; assegna inoltre «nomi spirituali» tramite la numerologia, invece di trarli dall’hukam del Guru Granth Sahib. Sikh Dharma International, il ramo religioso, continua a onorare Yogi Bhajan con il titolo di «Siri Singh Sahib», che egli presentava come quello di massima autorità religiosa e amministrativa del sikhismo in Occidente, presumibilmente conferitogli dall’SGPC nel 1971. L’SGPC lo smentì: nel 1977 il suo presidente negò che Yogi Bhajan fosse il leader del sikhismo in Occidente, il Jathedar dell’Akal Takht dell’epoca criticò duramente quel titolo autoattribuito, e oggi l’SGPC afferma di non avere alcuna traccia di averglielo conferito. Yogi Bhajan è stato accusato di abusi sessuali commessi nel corso di decenni contro diverse decine di seguaci, e nel 2020 un’indagine indipendente commissionata dalla stessa organizzazione ha concluso che tali accuse erano probabilmente fondate. Tra le deviazioni dal sikhismo ortodosso di questo movimento figurano la pratica dello yoga kundalini e tantrico, l’uso di mantra inventati o riformulati da Yogi Bhajan (come Sa Ta Na Ma o Ra Ma Da Sa) e di versi di Gurbani come tecniche yoga, e la reverenza che conserva tuttora verso la figura di Yogi Bhajan.
● I Namdharis (noti anche come kukas), che riconoscono una linea di guru umani viventi successivi a Guru Gobind Singh e seguono le proprie tradizioni e pratiche.
● I Radha Soami, che riconoscono anche una linea di successione di maestri viventi e praticano il Surat Shabd Yoga, una pratica meditativa che affonda le sue radici negli yoga indù, estranea anche al sikhismo ortodosso.
Il sikhismo NON avrà mai più un Guru umano in vita: dopo Guru Gobind Singh, l’attuale e perpetuo Guru del sikhismo ortodosso è il Guru Granth Sahib.