Cerimonie e Riti del Sikhismo

Guru Granth Sahib en el centro del Gurdwara

Nel corso della sua storia, la tradizione sikh ha sviluppato riti e cerimonie propri, distinti da quelli di qualsiasi altra religione, per accompagnare i momenti importanti della vita del fedele e della comunità. La maggior parte di essi viene celebrata alla presenza del Guru Granth Sahib.

Nel sikhismo si distinguono quattro cerimonie principali legate al ciclo della vita: il Naam Karan (conferimento del nome a un neonato), l’Amrit Sanchar (iniziazione alla Khalsa), l’Anand Karaj (matrimonio sikh) e l’Antam Sanskar (riti funebri). Accanto a queste vi sono anche i consueti atti liturgici della vita devozionale e del gurdwara. Tutti condividono lo stesso spirito: cercare la benedizione divina, senza rituali vuoti, superstizioni o distinzioni di casta.

 

Ceremonia sij de Naam Karan

Naam Karan

LA CERIMONIA DEL NOME NEI NEONATI

È la cerimonia sikh con cui una famiglia dà un nome a un neonato. Il significato spirituale di questa cerimonia è profondo: il nome del bambino non deriva puramente da un capriccio umano, ma dall’accettazione della volontà divina (Hukam), poiché è il Guru a indicare l’iniziale con cui deve iniziare.

La famiglia si reca al gurdwara con il karah prashad (il dolce sacro) e davanti al Guru Granth Sahib si recitano inni di gioia e gratitudine. Successivamente viene preso l’hukamnama (il brano che si ottiene aprendo a caso il Guru Granth Sahib, inteso come volontà divina per quel momento): la prima lettera dell’inno che appare in alto nella pagina di sinistra determina l’iniziale del nome del bambino. Ad esempio, se la prima lettera di quell’inno è una «S», il nome del bambino dovrà iniziare con quella lettera; la famiglia sceglie quindi un nome che inizi con essa, solitamente un nome spirituale della tradizione sikh. Al nome del bambino si aggiunge il suffisso Singh («leone») e a quello della bambina Kaur («principessa»). Si conclude con l’Anand Sahib (inno della gioia) e l’Ardas (preghiera formale).

È il rito tradizionale con cui una famiglia sikh assegna un nome ai propri figli che ancora non ne hanno uno, ed è vivamente consigliabile celebrarlo; sebbene questo stesso processo esista anche per gli adulti che si convertono al sikhismo, non porta il nome specifico di «naam Karan». L’adozione di un nome proprio ottenuto tramite hukamnama e dei nomi Singh o Kaur da parte di chi abbraccia il sikhismo in età adulta è facoltativa; è obbligatoria solo nel caso in cui si riceva l’iniziazione nella Khalsa (l’Amrit Sanchar).

Ceremonia sij de Amrit Sanskar para iniciarse en la Khalsa.

Amrit Sanskar

L’INIZIAZIONE ALLA KHALSA

Chiamata anche Khande di Pahul, è la cerimonia di iniziazione attraverso la quale un sikh entra a far parte del Khalsa. Si celebra davanti al Guru Granth Sahib, guidata da cinque sikh Amritdhari che rappresentano i Panj Pyare (i Cinque Amati). Questi cinque vengono scelti tra i membri dalla condotta esemplare, che vivono fedelmente la disciplina sikh e il codice di condotta, senza aver commesso trasgressioni gravi. Si prepara l’Amrit (acqua con zucchero, patashe) in una ciotola di ferro, mescolandolo con una Khanda (spada a doppio taglio) mentre i cinque recitano i cinque Banis. L’iniziato beve l’Amrit cinque volte, riceve l’aspersione sugli occhi e sui capelli e ripete il saluto «Waheguru Yi Ka Khalsa, Waheguru Yi Ki Fateh» (La Khalsa appartiene a Waheguru, la vittoria appartiene a Waheguru).

Dopo la cerimonia, ci si impegna a osservare le Cinque K, a recitare quotidianamente il Nitnem e a rispettare il codice di condotta del Khalsa. Qualora il proprio nome non sia stato ottenuto tramite hukamnama, è necessario adottare un nuovo nome attraverso questo rito e aggiungere anche «Singh» (se si è di sesso maschile) o «Kaur» (se si è di sesso femminile), qualora non lo si possieda ancora.

Si può essere ammessi a qualsiasi età, purché la persona comprenda e accetti l’impegno.

Questa cerimonia fu istituita da Guru Gobind Singh (decimo Guru) nel giorno di Vaisakhi dell’anno 1699, segnando così la fondazione della Khalsa nella città di Anandpur Sahib. Quel giorno, il Guru, con una spada in mano, disse alla folla «la mia spada vuole una testa» per ben cinque volte; coloro che si offrirono furono conosciuti come i Cinque Amati (Panj Pyare) e il Guru somministrò loro per la prima volta l’Amrit e, subito dopo, chiese a quegli stessi cinque di iniziare anche lui.

Questa nuova forma di iniziazione con la Khanda (il Khande di Pahul) sostituì il rito precedente, il Charan Pahul, in cui l’iniziato beveva l’acqua che il Guru aveva toccato con il piede, in segno di umiltà e dedizione al maestro spirituale.

 

Anand Karaj, la ceremonia de boda en el sijismo.

Anand Karaj

LA CERIMONIA DEL MATRIMONIO SIKH

Il matrimonio sikh, il cui nome significa «unione beata», viene celebrato davanti al Guru Granth Sahib. Il suo fulcro è costituito dai Lavan, i quattro inni nuziali contenuti nel Guru Granth Sahib (Angs 773-774). Man mano che ogni Lavan viene recitato e cantato, la coppia compie un giro lento attorno al Guru Granth Sahib (quattro giri in totale), uniti da un’estremità di un drappo (palla). Ogni Lavan rappresenta una fase dell’unione spirituale: l’impegno verso la rettitudine, l’amore radicato nel divino, il distacco dal mondano e la beata unione finale. La cerimonia si conclude con l’Anand Sahib e l’Ardas.

Il sikhismo concepisce il matrimonio come un’unione tra pari: senza dote, senza distinzioni di casta, senza oroscopi per fissare la data.
L’anand karaj viene celebrato tra un uomo e una donna, e solo quando entrambi sono sikh. Quando uno dei due non professa il sikhismo, non è possibile celebrare l’anand karaj; in tal caso, l’uomo e la donna possono contrarre matrimonio civile e recarsi successivamente al gurdwara per ricevere un Ardas e la benedizione divina sulla loro vita coniugale. Il matrimonio civile così contratto è valido e non è considerato peccaminoso, sebbene non costituisca il matrimonio sikh (anand karaj) in senso stretto.

Antam Sanskar ritos funeral del sijismo

Antam Sanskar

RITI FUNEBRI DEL SIKHISMO

Si tratta dei riti funebri sikh. A differenza di altre tradizioni in cui i defunti vengono sepolti, nel sikhismo si pratica la cremazione, che è la forma propria di questa religione (se le circostanze non lo consentono, sono accettati anche la sepoltura o altre modalità).

Il corpo viene lavato e vestito con abiti puliti; nel caso di un Amritdhari, i Cinque K non vengono rimossi. Prima della cremazione si recitano inni tratti dal Guru Granth Sahib che inducono al distacco, si canta il kirtan e si offre l’Ardas. Quando la pira è completamente consumata (o nel crematorio, nei paesi occidentali), si recita il Kirtan Sohila (la preghiera che i sikh recitano ogni sera prima di andare a dormire) e si offre l’Ardas finale (Antam Ardas).
Una volta che la pira funeraria si è raffreddata, le ceneri vengono raccolte e immerse in acqua corrente, come un fiume o il mare, oppure sepolte nella terra; il sikhismo non prescrive un luogo sacro specifico per esse né ammette che il luogo venga sacralizzato. Il sikhismo sconsiglia il lutto straziante: si accetta la volontà divina con serenità. Non vengono eretti monumenti né tombe sui resti.

Per il sikhismo, il corpo materiale è solo il ricettacolo dell’anima. Attraverso la devozione, il ricordo di Dio e, soprattutto, grazie alla grazia divina, l’anima può raggiungere la liberazione (mukti) e fondersi in Dio. Il sikhismo insegna che tale liberazione può essere raggiunta in vita (ciò che viene chiamato jivan mukti, liberarsi mentre si è in vita), e non solo dopo la morte; questo è, infatti, il suo ideale. L’anima che non ha raggiunto la liberazione, né in vita né dopo la morte, si reincarna in base alle proprie azioni (karma) per proseguire il proprio cammino, finché, infine, per grazia di Dio – alla quale contribuiscono le sue stesse azioni – raggiunge tale unione.

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Ardas (preghiera)

È la preghiera o supplica formale dei sikh, recitata in piedi e con le mani giunte. Viene recitata all’inizio e alla fine di quasi tutti gli atti religiosi: ricorda Dio, i Dieci Guru e coloro che si sono sacrificati per la fede, e si conclude chiedendo il bene di tutta l’umanità. L’inizio è stato composto da Guru Gobind Singh (è tratto da una delle sue opere) ed è immutabile, mentre la parte centrale è stata ampliata dalla comunità sikh nel corso del tempo, raccogliendo gli avvenimenti e i sacrifici di ogni epoca. Anche la conclusione, che invoca il benessere di tutta l’umanità, è una parte fissa dell’Ardas ed è stata plasmata dalla tradizione della comunità sikh.

 

Hukamnama (mandato del Guru)

È il «mandato» del Guru. Si ottiene aprendo il Guru Granth Sahib a caso e leggendo l’inno che appare in alto sulla pagina di sinistra (se quell’inno è iniziato nella pagina precedente, si volta pagina e si inizia a leggere da lì), che viene accolto come guida divina per quel momento. Nel gurdwara viene recitato ogni giorno dopo l’Ardas ed è considerato il messaggio del Guru per l’intera comunità in quel giorno.

Un sikh può anche ricevere un hukamnama a titolo personale: dopo aver offerto un Ardas, pone una domanda o chiede una guida su una questione personale e quindi apre il Guru Granth Sahib, interpretando l’inno trovato come risposta del Guru. Tuttavia, l’hukamnama viene sempre tratto dal Guru Granth Sahib completo nella sua forma originale (il saroop in gurmukhi), mai da una traduzione né da un libro di preghiere (gutka), poiché è il Guru vivente a rispondere. Per questo motivo viene normalmente ricevuto nel gurdwara, o a casa solo se si dispone del Guru Granth Sahib debitamente entronizzato.

Per chi non ha un gurdwara nelle vicinanze dove ricevere l’hukamnama quotidiano, oggi esistono siti web e applicazioni (come quelli di alcune istituzioni sikh) che consentono di ricevere l’hukamnama del giorno dall’Harmandir Sahib (il Tempio d’Oro), con la sua traduzione in diverse lingue. Si tratta di un aiuto pratico molto diffuso.

 

Kirtan (canto devozionale)

Il canto degli inni del Guru Granth Sahib e di altri testi autorevoli del Gurbani costituisce la forma centrale della devozione comunitaria sikh. Non si tratta di un canto qualsiasi: il Gurbani è composto in raga, i modi musicali classici dell’India, e il kirtan consiste nel cantarlo rispettando tale musicalità. Questa tradizione risale allo stesso Guru Nanak, che percorreva le strade cantando gli inni divini accompagnato dal suo fedele compagno musicista, Bhai Mardana.

Nel gurdwara, il kirtan è guidato dai ragis (musicisti), e la congregazione ascolta o si unisce al canto.
L’essenza del kirtan non risiede in strumenti musicali esclusivamente punjabi o indiani, poiché, ad esempio, l’armonio fu portato dagli europei e introdotto nel XIX secolo, prima di allora, per secoli, per il kirtan sikh si erano utilizzati strumenti a corda come il rabab e il sarangi; l’essenza sta invece nel canto devoto dello shabad e nell’uso di strumenti che evitino la stridenza e rispettino rigorosamente la disciplina del raga, consentendo così ciò che è fondamentale, ovvero elevare il cuore verso Dio attraverso la parola del Guru.

 

Parkash y Sukhasan (apertura y descanso del Guru)

Il Guru Granth Sahib è venerato come il Guru vivente ed eterno dei sikh. I primi dieci Guru erano esseri umani, e al loro fianco si osservava una routine quotidiana di attenzione e rispetto propria di un maestro spirituale. Quando la successione passò dall’ultimo Guru umano (Guru Gobind Singh) al Guru Granth Sahib, quella stessa venerazione nella routine quotidiana fu mantenuta, poiché per i sikh il Guru Granth Sahib non è un semplice libro sacro, ma il Guru in persona, la loro guida vivente.
Per questo, ogni mattina viene «risvegliato» e intronizzato nella cerimonia del Parkash («manifestazione, luce»): il Guru Granth Sahib viene aperto sul suo trono, sotto il baldacchino, e ha inizio la giornata di devozione. E ogni sera viene accompagnato al suo luogo di riposo durante la cerimonia del Sukhasan («posizione di riposo»): dopo il Kirtan Sohila e l’Ardas, il Guru Granth Sahib viene avvolto in teli puliti e trasferito con riverenza in una sala riservata al suo riposo. Tra questi due momenti, la sala rimane aperta ai fedeli.